Territorio

Fiumedinisi sorge nella Valle del torrente omonimo ad un’altezza di 190 metri s.l.m. e il suo territorio si estende per 36,69 km² dalla collina fino a una delle cime più alte dei Monti Peloritani, il Monte Scuderi (1.253 m s.l.m.), dalla cui vetta, pianeggiante come una terrazza naturale, il panorama spazia dall’Etna sino all’Aspromonte, dallo Ionio al Tirreno.
Monte Scuderi è un luogo magico e leggendario e molte sono le storie fantastiche che si raccontano, alla base delle quali c’è la presenza nei suoi anfratti misteriosi, della Truvatura, tesoro nascosto da creature soprannaturali, che non permettono all’uomo di scoprirlo.

Riserva Naturale Orientata “Fiumedinisi e Monte Scuderi”.

Per scoprire le meraviglie della natura dei Peloritani, non vi è nulla di meglio che esplorare la Riserva Naturale Orientata di Fiumedinisi e Monte Scuderi, istituita dalla Regione Siciliana nel 1998, che contiene in sé una summa di tutte le valenze paesaggistiche ed antropiche, che hanno determinato la storia di questa parte del territorio messinese. L’area protetta si estende in una parte del versante ionico dei Peloritani e presenta affioramenti di rocce di grande interesse geologico, ricche di minerali.

Il territorio è attraversato da “fiumare”, profonde valli fluviali in cui scorrono torrenti stagionali, carichi di acque tumultuose nel periodo invernale. Quest’area protetta riserva non poche sorprese all’appassionato naturalista: bellissimi esemplari di erica arborea fanno da contrappunto a boschi di tutte le specie di roverella conosciute in Sicilia, che occupano i valloni delle altre aree più basse della Riserva.
Nelle diverse vallate, man mano che si sale in quota, al di fuori dei corsi d’acqua e sino ai 600-800 metri s.l.m. domina la vegetazione a roverella, alla quale si associano il bagolaro, il castagno, il noce nostrano ed il gelso nero. La flora al di sopra degli 800 metri è rappresentata dal leccio, dalla carpinella, dall’acero fico, dall’acero montano, dal rovere, dall’agrifoglio e dall’alloro.

I terreni che invece hanno subito maggiormente la presenza dell’uomo sono coperti da una vegetazione arbustiva dominata da erica arborea, biancospino, ginestra dei carbonai, citiso e spazio villoso. Il microclima particolare delle valli crea le condizioni per l’insediamento di piante endemiche e rare, tra cui il tiglio nostrano che riveste eccezionale interesse dal punto di vista naturalistico e scientifico.

Tra questi boschi vive una fauna tipicamente silvana: fra i predatori troviamo gatti selvatici, volpi, martore e donnole e fra le prede, conigli selvatici, micromammiferi arboricoli come il quercino ed il ghiro. Presenti anche animali del sottobosco come il topo selvatico, il riccio, l’ arvicola di Savi e il toporagno di Sicilia. Sui Peloritani passa la colonna migratoria di uccelli in transito sullo Stretto di Messina: da qui si avvistano i falchi beccaioli.

Tra i moltissimi rapaci nidificanti ricordiamo il velocissimo falco pellegrino, la poiana molto diffusa in Sicilia, lo sparviero, i vari nibbi, oggi sottoposti a particolare tutela ed il gheppio che caccia nelle aree aperte.
Nei versanti più asciutti e aperti, l’istrice trova il suo ambiente congeniale.

Valloni e fiumare ospitano una fauna variegata: le lucertole (la più comune campestre è la siciliana), i ramarri dalla smagliante livrea smeraldina, i gongiri (simili alle lucertole, ma con corte zampette), gli emidattili e i gechi dal corpo tozzo e dalla pelle verrucosa. Tra i serpenti si possono incontrare il nerissimo biacco, il saettone, la biscia d’ acqua e la vipera. Qui nidificano anche l’aquila reale e la rara coturnice di Sicilia, specie minacciata, citata nel decreto istitutivo come una delle principali motivazione per la realizzazione della riserva.

   

Le Miniere.

Il distretto di Fiumedinisi fu frequentato fin dall’antichità e da qualsiasi dominazione straniera succedutasi in Sicilia, particolarmente per le sue ricchezze minerarie. Sotto i Calcidesi iniziano le prime scoperte e le prime estrazioni minerarie. Durante il periodo arabo nella zona viene circoscritto un certo interesse per le miniere di ferro, mentre Re Ruggero II concentrò il suo interesse sul vetriolo e l’allume, non tralasciando l’oro, con il quale, si narra, fece rivestire i capitelli del Duomo di Messina. Nel XV secolo, dopo il sedarsi di lotte intestine interne, re Martino mostrò un certo interesse per il complesso metallurgico di Fiumedinisi.

Nella zona alta del territorio, era attiva nel XV secolo una ferriera che forniva un’intensa produzione di chiodi speciali per i cantieri navali di Messina. Successivamente la ferriera fu spostata più a valle. Nel 1669, l’intensificarsi delle ricerche e delle estrazioni di minerale nel territorio consigliò la costruzione di un grande palazzo governativo, situato nel cuore del centro abitato ed al quale fu assegnato il nome di Palazzo della Zecca, perché probabilmente sostituì la reale Zecca di Messina durante la famosa rivoluzione del 1674-78.

Nel 1726 il nuovo imperatore Carlo VI d’Austria decide di riprendere lo sfruttamento minerario, soprattutto nei territori di Alì e Fiumedinisi, ed in contrada Ruppone fa costruire una nuova grande fonderia. Si estrasse una discreta quantità di argento nel 1734 e con quel minerale si procede alla coniazione di monete. I lavori nelle miniere di Fiumedinisi seguirono anche sotto Carlo III di Borbone. L’attività estrattiva continuò fino al 1960 circa, per poi estinguersi a causa dell’aumento dei costi di manodopera e dei trasporti.